Quando una poltrona può fare la differenza

Non è solo una questione sessista.

Il video parla chiaro: Ursula von der Leyen, presidentessa della Commissione Europea, è chiaramente sorpresa e infastidita dall’assenza di una poltrona per lei. Deve accomodarsi su un divano mentre il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il presidente del Consiglio UE Charles Michel hanno a disposizione due poltrone dorate con le rispettive bandiere alle spalle.

Una scena che raggela il sangue quella accaduta nella giornata di ieri, 7 aprile 2021, perché non solo rivela una maleducazione inaudita (ovviamente secondo i parametri occidentali), non è nemmeno solo maschilismo, bensì a mio parere ciò che è successo ad Ankara è un vero e proprio affronto alla libertà, al rispetto dei diritti e della civile convivenza.

Vedere chiaramente sfilarsi (letteralmente) da sotto il sedere ciò che per secoli è stato duramente conquistato avrebbe dovuto scatenare per lo meno un accenno di biasimo nei confronti della Turchia, nella persona di Erdogan, invece si è quasi fatto finta di nulla. Michel siede sulla sua bella poltrona e la von der Leyen li osserva dal suo divanetto.

Le dichiarazioni successive?

Se la Turchia si difende dicendo che ha seguito il protocollo e che la disposizione dei posti “è stata suggerita dalla parte europea prima dell’incontro”, il portavoce della commissione europea, Eric Mamer, risponde precisando che la Commissione “si aspetta di essere trattata secondo il protocollo adeguato” e che “saranno presi contatti con tutte le parti coinvolte perché non si ripeta in futuro”. Sempre Mamer precisa che “il servizio del protocollo della Commissione non ha partecipato al viaggio per il Covid”.

Ci sono già state situazioni analoghe in cui l’incontro avveniva tra Erdogan e altre due persone, ma essendo tutti uomini in quel caso le poltrone erano tre senza nessun problema organizzativo.

Il presidente del Consiglio Michel e la stessa presindentessa della Commissione europea, sostengono che la situazione è stata deplorevole, ma che hanno scelto di non aggravarla con un incidente politico. La von der Leyen addirittura afferma di aver preferito dare priorità alle questioni di sostanza piuttosto che al protocollo.

Ecco, è qui che mi sale la rabbia.

Capisco la scelta di non voler avviare una guerra mondiale, ma penso che ci siano modi eleganti ed educati di manifestare la propria disapprovazione davanti ad una situazione incresciosa, anche perché non dire niente a volte non è segno di superiorità, bensì di debolezza. Ciò che è accaduto mostra il problema di asservimento che l’Europa ha nelle relazioni con la Turchia.

Non solo hanno mancato di rispetto alle donne e al ruolo che ricoprono nella cultura occidentale, ma non hanno nemmeno rispettato le istituzioni europee e questo doveva essere sottolineato, non sottovalutato.

Il presidente Michel ad esempio, una volta accortosi che c’erano solo due sedie avrebbe potuto cedere il suo posto alla presidentessa, oppure non sedersi finché non fosse arrivata una poltrona anche alla von der Leyen. La stessa presidentessa avrebbe potuto chiedere di avere una poltrona come le altre e rifiutarsi di sedersi lontana e in disparte.

Qualcuno potrebbe obiettare “eh ma se voi donne volete la parità perché Michel avrebbe dovuto cedere il suo posto?”

In primo luogo perché non è una questione di cavalleria/educazione, bensì di rispetto verso la gerarchia delle figure istituzionali: Ursula von der Leyen ricopre un ruolo più alto rispetto a Charles Michel e quindi se proprio dovevano esserci due sedie, sarebbe stata lei a doversi sedere (ammonizione quindi anche per il presidente Michel che sembra non dar peso a questo dettaglio)

E poi perché è chiaramente una provocazione di un uomo che ha dimostrato in più occasioni di avvalersi di un modello illiberale che schiaccia oppositori e minoranze, vedasi il fatto dei 50 mila militari mantenuti a Cipro, trattati internazionali e leggi infrante per fini economici, spazio marittimo tolto alla Grecia, la chiesa di Santa Sofia trasformata in moschea, ecc.; insomma un esempio di boria dittatoriale tipica del presidente turco.

Ciò che è successo ad Ankara nella giornata del 7 aprile 2021 non deve rimanere in sordina: l’affronto non è stato solo verso una donna, bensì verso una tipologia di cultura e società.

Riflettiamoci.

Lady F.

Donne e Videogiochi. La rivalsa delle Guerriere

Ph by Sara Castellani

È possibile trovare dei segnali di cambiamento anche nelle piccole cose?

Io dico di sì.

Sarà che mi esalto con un nonnulla, ma vedere l’aggiornamento di un gioco di mio figlio mi ha illuminato la giornata.

Non sono mai stata competente in campo di videogiochi, mi affascinano ma sono proprio negata. Il massino a cui sono arrivata sono stati “Tetris” e il fantastico “Snake” con cui giocavo con il cellulare Nokia nelle mie sedute in bagno (e chi nega di aver fatto la stessa cosa MENTE!).

Il mio ex-fidanzato aveva provato a introdurmi nel mondo di “Neverwinter Night” e ammetto di essermi appassionata parecchio: un videogioco di ruolo per pc basato sulle regole di Dungeons & Dragons (gioco di ruolo che già praticavamo una volta a settimana in compagnia di amici). Vi dico solo che ci sono stati momenti in cui io e il mio ex comunicavamo attraverso i nostri personaggi invece che scriverci sms o chiamarci… Decisamente altri tempi! In ogni caso per me era solo un (fin troppo travolgente) passatempo e quindi non andavo a cercare qualsiasi articolo scritto su questo gioco per trovare il modo di progredire di livello, avere quel potere piuttosto che quell’arma, ecc. Insomma, dopo circa uno o due mesi l’ho piantato là.

Come detto però i videogiochi mi affascinano, soprattutto se hanno della storia e del fantasy, e quindi quando mio figlio ha cominciato ad avere l’età per avere console o pc è capitato che mi mettessi ad osservarlo. Ho capito subito una cosa: se ero negata vent’anni fa immaginate quanto lo possa essere ora. ‘Na chiavica proprio! Derisa sia da mio marito che da mio figlio però non demordo e continuo quindi a seguire i giochi di Francesco, un po’ per controllare che siano sempre adatti alla sua capacità di distinguere la realtà dal gioco e di certo un po’ perché oggettivamente alcuni sono fatti bene. 

Con la pandemia e il primo lockdown poi mio padre e mio figlio hanno cominciato a giocare insieme in rete. Era il loro modo per stare insieme, visto quanto soffrivano il non potersi vedere, e ora ad un anno di distanza hanno ancora il loro appuntamento fisso due volte a settimana con il gioco “Age of Empire”

Questo è un videogioco strategico in tempo reale con ambientazione storica in cui si controlla una popolazione che deve progredire cercando di divenire forte economicamente e militarmente. 

“Tutto questo per dire cosa?” vi chiederete. 

Beh, da marzo al 14 aprile sarà possibile scaricare l’aggiornamento di questo gioco realizzato dalla community per permettere ai giocatori di cimentarsi in missioni dedicate o ispirate ad alcune grandi donne della storia medievale. Un grandissimo gesto questo che a mio parere mostra come lentamente anche le donne vengano prese in considerazione negli avvenimenti storici. 

Una cosa di cui si è parlato molto e io per prima con  il mio podcast lo dimostro, è sicuramente il fatto che la storia è stata scritta in gran parte da uomini e di conseguenza le figure femminili sono state ignorate o, addirittura, cancellate per non offuscare il potere patriarcale. Da un po’ di tempo a questa parte però, le cose stanno cambiando: sempre più storici parlano, scrivono e studiano di grandi donne che seppur rischiando molto hanno fatto sentire la loro voce. È un processo che richiederà ancora tempo, ma vedere come anche attraverso un videogioco questa nuova mentalità riesca a farsi spazio non può che riempirmi di gioia.

Ecco quindi che tra i grandi re e guerrieri citati nel gioco, mio figlio inizia a nominare Giovanna D’Arco, la pulzella d’Orleans che ha guidato i francesi nella guerra dei cent’anni incoronando Carlo VII di Francia; la  terribile regina etiope Yodit; Jimena Diaz, moglie di El Cid e difensora di Valencia dagli attacchi dell’emiro della Spagna islamica; Giacomina di Hainaut contessa d’Olanda, Zelanda e duchessa di Baviera; e per finire Sichelgaita di Salerno, principessa longobarda che durante la battaglia di Durazzo del 1081 combatté in prima persona armata di corazza venendo definita una “seconda Atena”. Insomma, direi niente male! Capite ora perché mi sono esaltata tanto? 

Trovo che l’iniziativa di Ensemble Studios e Microsoft davvero bella soprattutto nella spiegazione che ne danno:

“Nel corso degli echi del tempo, le donne hanno continuato a sfidare le aspettative e lasciare segni clamorosi nella storia. Questo mese, in onore della Giornata internazionale della donna e del Mese della storia della donna qui negli Stati Uniti, puntiamo i riflettori su parte di quella storia con un nuovo evento, diverse icone nuove di zecca, mod visive e altro ancora”

È risaputo che nel contesto videoludico i personaggi femminili siano particolarmente bistrattati, quindi intravedo in questa iniziativa una mano tesa verso le donne e verso il rispetto della loro storia. O almeno a me piace vederla così.

E voi cosa ne pensate?

Lady f.

ps: grazie ad Andrea Masetti per la soffiata e a Francesco Vitrani per la consulenza

La lingua italiana può essere FEMMINA

È diventato un caso nazionale (e anche internazionale considerando il palco su cui il fatto è successo): durante il Festival di Sanremo la musicista Beatrice Venezi ospite di Amadeus e Fiorello sostiene che malgrado esista il termine “Direttrice d’orchestra” lei preferisce essere chiamata con il termine al maschile. 

“Per me quello che conta è il talento e la preparazione con cui si svolge un determinato lavoro. Le professioni hanno un nome preciso e nel mio caso è ‘direttore d’orchestra”.

A quanto pare il “direttore” ignora il fatto che in italiano il corrispondente femminile esiste, solo che solitamente si parla di direttore semplicemente perché storicamente questo ruolo è stato ricoperto da uomini. E quel che è peggio si pensa che declinandolo al femminile sminuisca automaticamente la competenza. 

Questo l’ho notato quando ho chiesto l’opinione della mia community IG riguardo questo argomento. In moltissime mi hanno scritto che preferiscono il termine maschile del loro ruolo lavorativo perché è preso più seriamente, ma soprattutto perché se usata al femminile solitamente è per schernire. 

Ecco qua. 

Rimanendo ferma dell’idea che ognuno può fare quello che vuole (e quindi farsi chiamare come preferisce) ritengo che utilizzare un linguaggio inclusivo sia un tassello importante nel raggiungimento di un riconoscimento paritario. 

Cosa si intende per linguaggio inclusivo? Questo è un linguaggio che non deve essere discriminatorio nei confronti dei generi. Ultimamente ne abbiamo sentito parlare molto, soprattutto nell’ambito proprio delle figure professionali. Termini come “sindaca”, “avvocata”, “ministra” e “ingegnera” sembrano addirittura indignare le persone (sia uomini che donne). Ma perché? In un programma televisivo in onda su TV8 qualche giorno fa parlavano proprio di questo e un opinionista sosteneva che questi termini fossero “brutti e cacofonici” e un altro ancora sostena che il termine “ingegnere” ad esempio poteva considerarsi NEUTRO. 

Ora, per quanto riguarda la prima opinione la si può definire soggettiva e quindi quasi inutile. Il secondo intervento, apparentemente più oggettivo, invece denota una certa ignoranza della lingua italiana: perfino mio figlio di 11 anni sa che grammaticalmente l’italiano non ha il genere neutro. Sinceramente penso di poter sintetizzare il pensiero di questi due opinionisti con quello che forse è il pensiero di molti: non siamo abituati al suono di questa declinazione al femminile per lavori che fino a poco tempo fa erano svolti unicamente da uomini. 

Disgusto che invece non si nota per parole (e lavori) come contadina, operaia, commessa, maestra. Insomma si palesa che la scalata sociale/lavorativa delle donne nell’ultimo secolo non è ancora del tutto accettata (ma va?). Solo che farlo presente, con cose apparentemente futili come le parole, genera dissidi e le frecciate via social fra politici e personaggi pubblici ne sono la prova. 

Tengo particolarmente a segnalare l’intervento di Gianna Fratta, direttrice (orgogliosamente direttrice) che il giorno seguente all’intervento di Beatrice Venezi scrive un post interessante in cui sostiene “IERI SERA A SANREMO UN SALTO INDIETRO DI 50 ANNI PER TUTTE LE DONNE E GLI UOMINI DI QUESTO PAESE E UNO SCHIAFFO IN FACCIA ALLE TANTE CHE SI SONO BATTUTE E ANCORA SI BATTONO PER LA PARITÀ!”  oppure quello della deputata Laura Boldrini che afferma “Se i termini al femminile vengono nascosti, si nascondono tanti sacrifici e sforzi fatti!” (fonte: La Repubblica).

Io mi sento d’accordo con queste affermazioni: la lingua è specchio della società e se oggi le donne ricoprono ruoli che fino a poco tempo fa erano esclusivamente riservati agli uomini, allora è giusto che questi si declinino al femminile. Si determina così una Concordanza Grammaticale.

Stefania Cavagnoli nel articolo “Linguaggio giuridico e linguaggio di genere” cita una pubblicazione di Anna Sabatini del 1987 in cui sostiene che “la lingua non è riflesso diretto dei fatti reali, ma esprime la nostra visione dei fatti, inoltre, fissandosi in certe forme, in notevole misura condiziona e guida tale visione”. In pratica, la lingua non è così e basta, la lingua è il prodotto dell’interazione umana e del pensiero, come tale quindi può e deve essere modificata sulla base delle relazioni e degli avvenimenti sociali.

L’Italia poi non è l’unica nazione che sottolinea la necessità di adattare la lingua alla condizione sociale, anche la Francia ha cominciato una battaglia considerata futile da molti. Più di 300 insegnanti hanno firmato una petizione in cui chiedono di reintrodurre nella lingua francese la Regola di Prossimità, ovvero la regola per cui l’aggettivo concorda con il genere del sostantivo a lui più vicino. Un esempio? I cani e le coccinelle sono belle. Dal ‘600 questa regola è cambiata e il maschile prevale sul femminile sempre (articolo originale QUI).

Capisco che apparentemente queste campagne possano sembrare futili, l’obiezione più frequente alle critiche nate dopo l’intervento di Beatrice Venezi a Sanremo è stata infatti: “Ma cosa importa del nome? Ci sono cose ben più importante per cui battersi!” 

Certo che ci sono cose più importanti. Alcun* mi hanno scritto in direct nel mio profilo IG dicendo che più che badare al fatto che una donna sia chiamata avvocato o avvocata, non sarebbe meglio concentrarsi nella lotta per una pari retribuzione? “Ovvio che sì!” è stata ed è la mia risposta. Ma non credete che per ottenere uno stipendio uguale a quello di un uomo noi donne non dovremmo in primis riconoscere il nostro ruolo attivo nella figura professionale che ricopriamo dandoci il giusto nome/titolo? 

Dare un nome alle cose significa farle esistere e gettare una luce nuova sul loro essere. Z. Baumann sosteneva l’importanza ontologica della lingua e della fondamentale necessità di denominare le cose del mondo in cui viviamo. “Il nome è importante, non solo per i significati che include, ma perché l’atto di denominare non è un dato tecnico, ma descrive un processo culturale e intellettuale di primaria importanza”

Ecco perché è importante sostenere la femminilizzazione dei termini che identificano delle professioni. Prima di parlare di stipendi, di valorizzazione, è il nome che deve cambiare perché è il nome che renderà reali il cambiamento sociale che la donna ha realizzato e continua a realizzare.

Quindi mi sento di concordare con Mariangela Galatea Vaglio nel suo articolo per L’Espresso quando afferma che “No, la lingua italiana non è sessista. Ci sono il maschile e il femminile. Cominciate ad usarli!” (QUI l’articolo)

E aggiungo: se in Italia siamo riusciti ad introdurre parole come “Petaloso” davvero vogliamo indignarci al suono di Ingegnera?

Suvvia!

Lady Fra’

Philippa Gregory. La “vera” regina dei Tudor

È l’autrice inglese di romanzi storici più letta al mondo. Dai suoi romanzi sono stati tratti film e serie TV di grande successo e non c’è persona che si sia avvicina al tema “Tudor” senza sentir nominare il suo nome in almeno un’occasione.

Ma perché Philippa Gregory è così famosa? Ma soprattutto, perché piace così tanto?

Beh, io penso che sia la scelta dell’autrice di dar voce alle donne in un periodo storico che ha sempre visto come protagonisti gli uomini.

La “Guerra delle due Rose”, chiamata così per il simbolo delle due casate avverse, ovvero York e Lancaster, è una guerra durata circa un trentennio in cui c’è stato un susseguirsi di re da entrambe le fazioni. La linea di sangue maschile è sempre stata al centro dell’attenzione degli storici e di conseguenza dei libri sull’argomento quindi le opere della Gregory segnano un significativo cambiamento nella visione non solo di questo specifico periodo storico, bensì di tutta la storia. È lo spartiacque che manifesta l’esistenza del contributo che anche le donne hanno dato negli avvenimenti storici studiati. Certo, non tutto quello che l’autrice scrive è realmente successo, anzi, molto e soprattutto i dialoghi, sono frutto della sua immaginazione e spesso possono apparire decontestualizzati (critica che spesso le viene rivolta), eppure dalla sua fantasia in molt* hanno preso ispirazione per rivedere lo studio della storia con degli “occhiali” nuovi e rivalutando così molte figure femminili spesso dimenticate o denigrate.

Non posso negare l’influenza che la lettura dei Romanzi di Philippa Gregory ha avuto sulla mia scelta di raccontare le donne del passato nel mio PodCast “Storie di Donne nella Storia”. Ha smosso qualcosa in me che mi ha spinta a voler conoscere il punto di vista femminile in molte situazioni, esattamente come ha fatto lei nella sua serie di romanzi. Ecco quindi che le vicende degli York e dei Lancaster assumono una forma diversa e personaggi come Edoardo IV, Enrico VI, Richard Neville, e perfino Riccardo III tanto famoso grazie a Shakespeare sono solo di cornice nell’immenso quadro in cui le protagoniste sono Elisabeth Woodville, Margareth Beaufort, Anna Neville e Margherita D’Angiò.

Vi ho incuriosito?

Allora ecco a voi l’elenco completo ed in ordine cronologico i romanzi di Philippa Gregory:

Se invece volete dedicarvi a serie TV e film ecco quelli ispirati ai romanzi sopra citati:

Racchiude le vicende dal 1° al 4° libro

Racchiude le vicende tra il 4° e il 5° libro

Racchiude le vicende tra il 6°, l’8° e parte del 9° libro

Film che narra le vicende raccontate nel 9° libro

Al momento sembra che ci sarà la produzione di altre serie TV da parte di Starz basate sui libri della Gregory, ma ancora non si sa su cosa si baseranno.

Se invece volete andare avanti con le vicende dei Tudor tralasciando i romanzi, vi consiglio questi:

I Tudors: Serie TV che narra le vicende di Enrico VIII e le sue 6 mogli in 4 stagioni e 38 episodi

Reign: Serie TV che narra le vicende di Maria Stuart e attraverso la sua storia scopriamo anche Caterina De’Medici e Elisabetta I

Spero di essere stata utile…

Queste vicende possono creare dipendenza!

Buon divertimento

fRa’

Morte. Sdrammatizzare per uscirne Vivi

Contrariamente a quanto pensassi in molte persone si sono dimostrate interessate all’argomento trattato qualche giorno fa in una mia story su Instagram. Ho raccontato la mia folle idea di come voglio utilizzare il lotto di terra in Scozia che mi ha regalato mio marito al nostro anniversario (se non sai di cosa sto parlando clicca QUI e leggi il mio articolo su come diventare Lord o Lady scozzese). Ho confessato di volerne fare la mia tomba. Non solo voglio essere seppellita lì, ma ho intenzione di diventare un bellissimo albero su cui i miei nipoti e le generazioni future potranno arrampicarsi e sentirsi sempre in relazione con me. Tutto questo sarà possibile grazie all’idea di un designer spagnolo, Martin Azua, che ha progettato un’urna biodegradabile in grado di agevolare la restituzione delle ceneri alla Terra. Da esse potrà nascere in seguito un albero. Una sorta di rinascita. Sì perché all’interno dell’urna sarà possibile inserire il seme di un albero a scelta, a seconda del luogo che si sceglierà per la sepoltura.

Foresta di Betulle

Io ad esempio vorrei tanto rinascere BETULLA, per due motivi: il primo perché ho sempre adorato questa pianta, elegante nel suo tronco bianco, il legno in passato era associato ad alcune credenze magiche. Chiamata “Signora delle foreste”, la betulla era considerata dai certi un simbolo di nuovo inizio, di tenacia e perseveranza. E ancora era d’uso dopo il solstizio d’inverno spazzare il pavimento con una scopa dal manico di betulla come gesto simbolico del cancellare il vecchio e prepararsi al nuovo. Questo è il motivo più poetico, il secondo motivo lo è decisamente meno: da una mia ricerca ho scoperto che la betulla e tra le piante di cui gran parte degli allergici soffre. Ecco, diciamo che mi piace l’idea di dar fastidio anche da morta

(risata in sottofondo)

Ma torniamo alla spiegazione dell’urna, l’involucro (denominato dal suo inventore Bios Urn) è costituito da materiali quali cellulosa, torba e gusci di noci di cocco. Questo garantisce la totale biodegradabilità. Il seme al suo interno una volta sepolta l’urna comincerò a germogliare crescendo fino a diventare l’albero scelto.

Bios Urn Human

All’estero questo tipo di rituale viene chiamato “green burials” , ovvero sepolture verdi. 

In Italia ogni cittadino, rendendo note le sue volontà tramite testamento, ha la possibilità di optare per cerimonia religiosa o laica, per sepoltura o cremazione e anche avere la possibilità di dispersione in natura.  Le opzioni possono variare a seconda delle regioni e dei comuni. La Società per la Cremazione (SoCrem) fornisce tutte le informazioni in merito.

Ma perché parlare di morte? 

Beh, diciamo che nella mia famiglia abbiamo sempre avuto quest’abitudine di parlare delle nostre varie sepolture.

Dopo la mia presa di posizione nel rapporto con “quello dei piani alti” (avvenuta durante la mia malattia), ho detto a mio padre (perché ovviamente do per scontato che lui sia highlander) che guai a lui se mi fa una cerimonia religiosa: io voglio una cerimonia semplice in cui a turno le persone che mi hanno voluto bene dicano due parole divertenti su di me e mi dedichino una canzone. Basta.

Ricordo poi ancora quando mia madre, durante un pranzo domenicale, venuta a sapere del repentino fidanzamento di un uomo dopo la morte della moglie, dice rivolta a mio padre: “Ah caro non pensare di fare il furbo. Quando toccherà a me mi farò cremare e la mia urna voglio sia messa sul tuo comodino così ti posso controllare!!!”. Inutile dire che questo ha scatenato l’ilarità generale.

Oppure mi sovviene quando, durante il mio periodo di malattia e prima di scoprire l’urna biodegradabile, dissi a mio marito che non volevo fare la fine della mia bisnonna, ovvero dover sopportare di essere nella stessa tomba con la sua seconda moglie e che piuttosto me ne sarei stata da sola!

Insomma forme di gelosia o credenze assurde che ovviamente perdono di significato quando si è realmente morti, ma su cui si può fantasticare e anche riderci su. Il tutto per sdrammatizzare. Sì perché a quanto pare quello che io e la mia famiglia facciamo da sempre, ovvero sdrammatizzare, sembra sia un meccanismo di difesa della nostra mente: una resilienza e capacità di reagire agli eventi traumatici e destabilizzanti. Ci sono proprio molti studi a riguardo e non solo. Questo metodo di elaborazione della morte ha addirittura un certo rilievo nel mondo social, pubblicitario, letterario e cinematografico.

Un esempio? 

“Il funerale strano” 

Un uomo una mattina esce di casa e per strada si ferma ad osservare uno strano funerale, con uno strano seguito, che si avvia al vicino cimitero. C’è una vettura funebre, nera, che apre il funerale, seguita ad una quindicina di metri da un’altra vettura funebre nera. Dietro la seconda vettura funebre c’è un uomo vestito di nero, da solo, che segue i feretri con un cane Pit Bull al guinzaglio. Appena dopo ci sono circa 200 uomini che seguono il corteo in fila indiana.

L’uomo cede alla curiosità e, con molto rispetto, si avvicina all’uomo col cane e gli chiede:
– Sono molto spiacente per la sua perdita, e capisco che è un brutto momento per disturbare, ma io non ho mai visto un funerale come questo. Che tipo di funerale è?

L’uomo in lutto comincia a spiegare:

– La prima carrozza funebre è per mia moglie.
– E che cosa le è successo?
– Il mio cane l’ha attaccata e l’ha uccisa.
– E chi c’è nella seconda carrozza?
– Mia suocera. Lei stava tentando di aiutare mia moglie, quando il cane si è girato ed ha attaccato anche lei.

Tra i due uomini trascorre qualche momento di silenzio intenso e pieno di comprensione.
Poi l’uomo chiede sommessamente:
– Posso avere il suo cane in prestito?
– Sì, ma si metta in fila!

Sì beh, un po’ sessista, ma sappiamo che sulle barzellette la parità non è menzionabile…

In ogni caso, questo tipo di ironia la troviamo anche sui social, ad esempio con il profilo Facebook de  “Il salone del lutto” e “Necrologika” in cui troviamo post e meme a tema ovviamente “morte”. Come dimenticare il film “Funeral Party” in cui intorno al funerale di un familiare si avvicendano scene di esilarante ironia (QUI il trailer se non ricordi il film del 2007). 

Arriviamo ora a chi ha fatto della dissociazione della morte un’arte pubblicitaria divenuta in breve tempo famosissima. Sto parlando della storica impresa di onoranze funebri “Taffo”. I suoi slogan su cartelloni pubblicitari in giro per Roma sono diventati virali dopo che alcune persone li hanno fotografati e postati sui vari social. Quel che colpisce di questi slogan non è solo l’ironia con cui viene trattata la morte e il servizio funerario, ma anche l’impegno di questa impresa nel farsi promotrici di messaggi importanti come per la prevenzione dell’AIDS, della violenza sulle donne, della discriminazione sessuale e la donazione di organi.

Non mancano poi slogan a tema come San Valentino, Natale, proposte di matrimonio e citazioni cinematografiche. Fino ad arrivare ad una proposta “green” o dovrei dire brillante (gioco di parole azzeccassimo): propongono di trasformare il vostro caro in un diamante da incastonare. Geniale direi, così come la campagna pubblicitaria inerente.

Insomma come potete notare non sono l’unica che sdrammatizza la sua possibile dipartita, tutto quello che vi ho illustrato (ed è solo la punta dell’iceberg che si può trovare in rete) dimostra che esiste addirittura un business che si basa su questo processo mentale. 

Citando Murakami nel suo “Kafka sulla spiaggia”:

Se tutti moriamo o ci perdiamo è perché il meccanismo del mondo si basa sull’estinzione e sulla perdita. Le esistenze di tutti noi non sono che immagini riflesse di questo principio. Il vento soffia. Ci sono venti impetuosi che spezzano via tutto, e venticelli leggeri che accarezzano. Ma ogni vento prima o poi si disperde e scompare

Spero di non aver turbato troppo la vostra sensibilità… e se siete scaramantici ecco qualcosa che vi allevierà la preoccupazione:

A presto

Lady fRa’

Bibliografia/Sitografia:

Harry, Meghan e l’intervista shock

Ebbene sì, a distanza di 25 anni la monarchia ha nuovamente tremato a causa di un’intervista bomba. Dopo Diana infatti, anche Harry e Meghan hanno voluto far sentire la loro voce senza, cito, nessun tipo di filtro.

Per farlo si sono rivolti ad una leggenda dei talk show americani: Oprah Winfley, la quale ovviamente non si è fatta scappare l’occasione di intervistare in esclusiva la coppia più chiacchierata del momento, guadagnando una cosa come 7 milioni di dollari di diritti sulla registrazione.

In questi giorni che hanno preceduto la messa in onda integrale dell’intervista, in molti capendo dove si sarebbe arrivati, si sono chiesti “Sarà vero quello che dicono?” ma soprattutto “Perché l’hanno fatto?”.

Cominciamo analizzando i vari punti toccati.

L’intervista, svoltasi sotto la pertica del giardino di un amico dei Sussex, comincia con solo Meghan presente. Gli esperti di comunicazione non verbale sostengono che la scelta dell’abito della duchessa è tutt’altro che casuale. Sceglie di vestirsi di nero, colore che le donne della casa reale riservano solamente per il lutto e per le commemorazioni come il Remembrance Day in cui si celebrano le vittime cadute in guerra o in atti di terrorismo. Un colore che Meghan nella sua vita da attrice ha indossato parecchie volte e che soffriva nel non poter portare a corte. Inoltre sull’abito è presente una stampa: dei fiori di loto che nella simbologia floreale significano “rinascita”. Insomma la duchessa lancia nell’immediato un messaggio chiaro (o almeno per chi nota queste cose).

In molti hanno visto nel trucco e nelle espressioni un richiamo a Lady D e devo dire che anche io ho avuto questa sensazione, ma le analogie con la defunta suocera mi saranno più palesi in altri momenti.

Tralasciamo i messaggi subliminali e concentriamoci sulle parole espresse. Meghan esordisce dicendo che ciò di cui si pente di più è di essere stata ingenua, non aveva mai fatto nessuna ricerca sulla famiglia reale e men che meno cosa volesse dire farne parte. Sostiene che la percezione che si ha della monarchia è completamente diversa dalla realtà. Fa l’esempio di quando dopo aver conosciuto Harry e lui le ha fatto conoscere sua nonna lei non abbia minimamente immaginato che anche nell’intimità di una visita informale lei dovesse fare la reverenza e trattare quindi la nonna del suo compagno da regina. Ci sta, secondo me se non sei nato e cresciuto in Inghilterra, e soprattutto tra la nobiltà, questa usanza non può essere data per scontata. Continua dicendo che una volta ufficializzata la sua relazione con il principe ed è avvenuto il fidanzamento, lei ha dovuto fare molte rinunce. Sostiene che le hanno tolto cellulare, passaporto, patente, insomma si è sentita togliere la sua identità. Ecco, su questo ho dei dubbi. In Inghilterra l’unica persona che può permettersi di guidare senza patente è la regina, quindi se abbiamo visto William, Harry, Carlo, Kate guidare questo vuol dire che la patente ce l’hanno… inoltre mi è sembrato di vedere foto di qualche giornale gossip che mostrava un membro della famiglia reale al cellulare. E come dimenticare il chiacchieratissimo Baby-Shower che le hanno organizzato negli States e a cui lei ha partecipato? Dubito che abbia viaggiato senza passaporto. Quello che è certo è che le hanno fatto chiudere tutti i suoi profili social, questo sì. Profili e blog a cui lei teneva particolarmente perché per anni li ha curati contribuendo a farsi spazio nel mondo dello showbiz. Oprah abilmente le chiede se si è sentita accolta dalla famiglia e sebbene inizialmente lei dica di sì, poi fa emergere situazioni che l’hanno fatta soffrire. Come per esempio l’accusa per cui sarebbe responsabile di aver fatto piangere Kate durante i preparativi delle sue nozze. Meghan sostiene che in realtà è avvenuto il contrario, ovvero che sia stata Kate a far piangere lei criticando la scelta degli abiti delle damigelle. Chiarisce che successivamente la duchessa di Cambridge le ha chiesto scusa facendole recapitare un mazzo di fiori con un biglietto. Ora, un po’ tutte le spose prima del matrimonio sono stressate e un po’ tutte le donne dopo aver partorito hanno sbalzi d’umore dovuti agli ormoni, quindi ci può stare tranquillamente che entrambe abbiano pianto o fatto piangere l’altra (sono umane anche loro alla fine). In molti hanno criticato questa accusa di Meghan verso la più amata Kate, ma io più che soffermarmi su un battibecco tra cognate, ho dato più importanza al messaggio che stava sotto: “nessuno mi ha difesa, nessuno ha voluto far chiarezza sull’accaduto!”. Eccoci qua. Il primo indizio di quella che poi è diventata la mia teoria (ci arrivo, promesso!). Oprah rivive con lei alcune testate dei giornali britannici in cui si nota la differenza di trattamento tra lei e Kate. Meghan ci ride, ma poi ribadisce: “a quanto pare è sempre tutta colpa mia! Se ami me non devi odiare lei e se ami lei non devi per forza odiare me!”. Altro indizio.

Poi tocca argomenti come il fatto che lei era diversa, sapeva cosa voleva dire lavorare, è sempre stata una che si batteva per dar voce alle minoranze, lottava per i diritti delle donne e poi all’improvviso l’hanno messa a tacere. Non poteva fare nulla e non poteva vedere nessuno. Dice: “Ero ovunque, ma non ero da nessuna parte!” riferendosi ai giornali. Paragona la sua situazione al lockdown che la gente ha dovuto affrontare per la pandemia COVID-19.

Arriva il momento cruciale dell’intervista. Meghan è serissima e comincia a raccontare, a fatica, di essere entrata in un tunnel di infelicità. Non si sentiva protetta dalla Firm e le impedivano di difendersi. È depressa, e arriva a pensare di non voler più vivere. È incinta di Archie, chiede aiuto a tutti, si rivolge perfino all’ufficio delle risorse umane, pensando di potersi avvalere a dei sindacati. È chiaro che non sapeva più dove sbattere la testa. Infine ne parla a suo marito, che spaventato capisce che deve fare qualcosa. Ecco allora che inizia la manovra di uscita dai membri attivi della monarchia. Meghan afferma che ciò che l’ha preoccupata di più è stato il fatto che durante la sua gravidanza è stato deciso che il suo bambino non avrebbe ricevuto il titolo e il trattamento di altezza reale e che di conseguenza non avrebbe avuto diritto ad una protezione.

Prima di procedere vorrei sottolineare questo punto. La monarchia e la sua gerarchia ha delle regole ben precise. Giorgio V con la I guerra mondiale si ritrova a dover apportare dei cambiamenti: la regina Vittoria, si sa, ha generato una sfilza di figli e nipoti e diciamo che la casa reale era un tantino “affollata”. Così il re decide che gli unici ad aver diritto al trattamento da altezza reale sono i figli e i nipoti del re. In questo caso quindi Carlo, William e Harry. Durante la gravidanza di Kate la regina decide di riservare questo trattamento anche ai figli di William in quanto erede al trono. Ma nel momento in cui Carlo sarebbe diventato re Archie avrebbe ottenuto lo stesso diritto in quanto suo nipote (a questo proposito vi invito a leggere QUI l’articolo sul tema “titoli reali”, della mia amica ed esperta royal Marina Minelli). Bastava quindi avere un po’ di pazienza, fino a quel momento avrebbe potuto godere della protezione riservata a suo padre (dubito che un bambino se ne vada in giro da solo…). Qui è entrata in gioco una questione di principio e Meghan lo conferma quando sostiene che questo è stato fatto perché Archie sarebbe stata di razza mista. Eccola qua: una vera e propria accusa di razzismo verso la famiglia reale supportata dall’affermazione che qualcuno della Firm si chiedesse di che colore avrebbe avuto la pelle il figlio dei Sussex.

Tra lo shock generale, fa la sua entrata il principe Harry che dopo aver confermato ciò che la moglie ha dichiarato riguardo il mancato aiuto per i suoi problemi psicologici e della preoccupazione razzista verso suo figlio, dichiara che essere parte della famiglia reale è una gabbia. Dice che lui ha sempre avuto questa sensazione ma che ha messo a fuoco il tutto solo dopo aver conosciuto Meghan. Sottolinea le analogie dei problemi di sua moglie con quelli di sua madre e la paura che nutriva che la storia si ripetesse. Sostiene che suo padre e suo fratello non si rendono conto di essere ingabbiati e che nel tentativo di farglielo notare si sia creato uno strappo nel loro rapporto. Alla domanda di Oprah “Ma se vi avessero dato l’aiuto e la protezione che chiedevate, sareste rimasti in Inghilterra?” stupisce la loro risposta: “Certo!”… qualcosa non mi torna.

Bene. Dopo questo “breve” riassunto arrivo a dire le mie riflessioni.

Partendo dal presupposto che nessuno saprà mai la verità, perché se non riesco nemmeno a sapere quello che succede tra le quattro mura del mio vicino di casa, come posso pensare di sapere cosa succede a Buckingham Palace? Penso che più che giudicare se credere o no a ciò che Harry e Meghan hanno dichiarato, dovremmo soffermarci su quello che questa intervista ha significato alla soglia dei 70 anni di regno di sua maestà la regina Elisabetta II.

  • La monarchia ha delle regole antiquate? Sì perché si basano su fondamenta che hanno più di mille anni
  • È giusto nel 2021 ancora basarsi su regole così vecchie? No. Ma un cambiamento troppo rapido e radicale si chiamerebbe rivoluzione e questo destabilizzerebbe non solo l’Inghilterra, ma credo tutto il mondo. La storia ci insegna che non seguire le regole porta al caos, al disordine e, nel peggiore dei casi, alla guerra.
  • È un’istituzione sessista? Sì. Perché malgrado sia attualmente in mano ad una donna, la regina in più di un’occasione ha dovuto mettere da parte il suo essere donna, moglie e madre; e sappiamo quanto questo abbia pesato sul suo matrimonio e sui suoi figli.
  • Ci sono cose che non sapremo mai? Certo. Esattamente come non sapremo mai se esiste l’Area 51 e chi ha ucciso Kennedy.
  • Meghan doveva immaginarsi a cosa andava incontro? Penso che per quanto lei fosse abituata ai riflettori, nulla è come essere parte della famiglia reale. Ci sono regole, usanze, doveri che senza esservi nato si fatica proprio a comprendere.
  • Potevano andarle più incontro? Chi sposandosi non ha dovuto adattarsi a regole, tradizioni e soggetti non del tutto in linea con il proprio pensiero? Sono piccoli/grandi sacrifici insiti nel matrimonio. Meghan forse questo non ha capito, a prescindere dal tipo di famiglia del marito.

Detto questo, quale penso sia stato l’errore alla base di tutto? Non preparare adeguatamente Meghan all’enorme cambiamento a cui andava incontro, e forse anche quello di aver peccato di supponenza credendo di poter rivoluzionare un’istituzione tanto antica. Harry da parte sua sapeva cosa volesse dire vivere nel suo mondo e quindi a mio parere ha sbagliato a non darle il tempo di prepararsi. Sono stati frettolosi, malgrado il consiglio di William di rallentare. Erano molto innamorati, sì, ma a volte la fretta costa cara.

Arriviamo poi alla domanda che in molti si sono fatti: hanno finto?

Io sono dell’idea che sapessero esattamente gli argomenti che avrebbero trattato. Per esperienza personale vi assicuro che tutte le interviste hanno una sorta di scaletta e questo perché nessuno vuole sembrare/apparire impreparato. Per quanto riguarda le emozioni che hanno palesato, beh quello non lo posso sapere e per questo non me la sento di giudicarli, soprattutto alla luce delle delicate tematiche che hanno trattato. Troppo spesso le malattie mentali vengono sottovalutate causando danni enormi a chi ne soffre e a chi sta accanto. Non credo che Meghan abbia mentito e vi spiego perché:

  • Entrambi i Sussex a mio parere hanno subito piccoli/grandi traumi che li hanno segnati e insieme sono come una miccia e un fiammifero vicini.
  • Non ritengo Harry uno zerbino. Secondo me è un ragazzo fragile, sensibile, che ha sofferto molto le vicende legate alla madre, sia quando era in vita che dopo la morte. Da pedagogista posso affermare che la percezione emotiva nei bambini è amplificata rispetto a quella degli adulti e spesso per sopperire al dolore si costruiscono una bolla in cui si rifugiano e dove sono loro ad avere il controllo. In questa bolla Harry a mio parere, dopo la morte della madre, ha stabilito il bene e il male, ciò che rendeva felice Diana e ciò che la rattristava e che addirittura può averla uccisa. Ha quindi proiettato verso determinati soggetti e situazioni la sua rabbia e frustrazione (stampa, regole e forse anche il padre). Non a caso ciò che l’ha fatto “scattare” è stato vedere nella moglie atteggiamenti ed episodi simili a quelli di sua madre: l’ossessione della stampa, la sensazione di non poter dire la propria opinione, la gelosia degli altri membri della famiglia per il successo mediatico (vedi l’esempio del loro viaggio in Australia in cui sostengono che Meghan avesse riscontrato molto successo che guarda caso è lo stesso luogo in cui anche Diana era emersa dall’ombra di Carlo) e, non di meno, la depressione e la volontà di suicidarsi in gravidanza come era successo alla principessa di Galles. Insomma, chi vedendo tutti questi segnali non avrebbe reagito? La famosa scintilla di cui ho parlato vicino alla miccia. Sì perché non credo che Meghan volesse davvero allontanarsi dalla corona, penso che lei sia una persona estremamente insicura, probabilmente dovuto al suo stato di “mezzosangue”. In più occasioni ha affermato di essersi sentita discriminata perché “troppo bianca per essere nera e troppo nera per essere bianca”. Malessere che chiunque non si senta né carne e né pesce, ha provato almeno una volta. Quando questa sensazione si protrae nel tempo destabilizza e porta a fragilità ed insicurezze che possono talvolta trasformarsi in paranoie. Ora in molti diranno “Fragile Meghan? Ma dove?” Ricordate che la duchessa di Sussex nasce come attrice e moltissimi attori hanno rivelato di aver cominciato a recitare per nascondere timidezza e fragilità. Attraverso la finzione si sentivano forti e apparivano di conseguenza tali. Bene, anche se sembra una donna forte, io penso che Meghan sia estremamente fragile, bisognosa di attenzioni e di controllo. Purtroppo sposando il figlio “cadetto” dell’erede al trono le attenzioni non sono state quelle che si aspettava scatenando così una sorta di reazione a catena con Harry.

Come detto, è la combinazione che è esplosiva non loro singolarmente.

Ovviamente io non sono una psicologa, né tanto meno ho cartelle cliniche che possano dimostrare la mia tesi, mi baso su esperienze, personali e professionali e penso che un’analisi di questo tipo sia migliore che dare superficialmente della burattinaia a lei e dello zerbino a lui.

Quindi concludo dicendo: non credo che Harry e Meghan abbiano voluto prenderci in giro. Penso invece che abbiano un estremo bisogno di aiuto. Il razzismo? Sicuramente è ancora fin troppo presente in tutti i paesi, perfino nella stessa America che ora grida allo scandalo puntando il dito verso la monarchia. Vogliamo ricordare gli ultimi 4 anni presidenziali?

Per favore, evitiamo l’ipocrisia!

Non ci resta che vedere come tutto questo si evolverà e come dice la canzane: “chi vivrà vedrà!”

fRa’

Fuori la Voce!

Grazia n° 52 – 10 dicembre 2020

In un mondo in cui le proteste possono essere avviate comodamente da casa, ecco che da una piccola città tra i monti dell’Alto Adige una pedagogista, un nessuno nel mondo di Instagram con i suoi 1200 followers, è riuscita a far arrivare la sua voce fino alle orecchie di un giornale nazionale come “Grazia”.

Come è stato possibile?

Grazie alla diffusione e alla condivisione di persone fantastiche, per lo più donne con qualche bella sorpresa maschile.

Tutto è nato una mattina. Scorrevo le notizie dei vari giornali e mi soffermo su una in particolare che attira la mia attenzione. Il titolo mi coinvolge immediatamente: “Maestra di Torino licenziata dopo avere subito revenge porn”. Leggo l’articolo e scopro con orrore l’accaduto: una ragazza di 22 anni manda al fidanzato foto e video sessualmente espliciti; quando si lasciano lui invia questo materiale alla chat WhatsApp della sua squadra di calcetto. Comincia così la condivisione incontrollabile e in breve le immagini della ragazza si disperdono in rete fino ad arrivare all’attenzione della mamma di un bambino che frequenta la scuola in cui lavora la vittima (e ci tengo a sottolineare che è LA vittima) di revenge porn.

È forse scesa in campo per aiutarla? Certo che no. La mamma in questione va ad accusare il fatto alla direttrice della scuola, la quale licenzia la ragazza per comportamenti “non consoni per un’insegnante”.

Ecco, il sangue ha cominciato a ribollirmi nelle vene. Come coordinatrice di due strutture per l’infanzia ed ex insegnante non riesco a tollerare questa subdola ipocrisia.

Le maestre non fanno sesso secondo voi? Sì perché è questo il messaggio che si nasconde dietro a questo licenziamento.

Ma la ragazza non ha fatto altro che inviare foto e video intime al suo fidanzato per eccitarsi a vicenda, per stuzzicare la loro fantasia. Un gioco che in moltissimi al giorno d’oggi fanno.

Volgare, eccessivo, inappropriato? Forse, ma sicuramente INTIMO. E così doveva restare, non fosse che il fidanzato ha cominciato la condivisione. Quindi di chi è la colpa?

Ovviamente NON della ragazza. Dal 9 agosto 2019 esiste una legge, la n°69 che introduce in Italia il reato di Revenge Porn, con la denominazione di diffusione illecita di immagini o di video sessualmente espliciti. L’Art. 612 ter del diritto penale dice:

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video di organi sessuali o a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e la multa da 5.000 a 15.000 euro.

La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro nocumento.

La pena è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici.

Attenzione. Anche chi riceve e ricondivide il materiale è perseguibile penalmente. E non ci sono giustificazioni come “Lo facevamo per goliardia!”

No, perché dietro alle risate (o peggio) con gli amici c’è una donna umiliata, additata e considerata una svergognata dall’opinione pubblica. Tanto da perdere il lavoro perché a detta di mamme e direttrice “Una maestra non si comporta così!”

Ma davvero? Nel 2020 siamo ancora fermi a questa convinzione puritana? Spudoratamente ipocrita tra l’altro considerando quanto la fantasia della maestra sexy sia ancora nella top ten di qualsiasi uomo (o donna). Possibile che non ci possano essere vie di mezzo? Possibile che nell’immaginario collettivo un’insegnate debba essere per forza o casta o puttana?

Da insegnante e coordinatrice pedagogica mi sono sentita in dovere di far sentire la mia voce, far conoscere la mia realtà: lavoro con i bambini, ma questo non fa, e NON DEVE fare di me un’illibata verginella.

Io non sono il mio lavoro, io svolgo un lavoro (come ripete sempre mia cugina Carol).

Posso essere un’insegnate eccellente e sensibile con i bambini e poi andare a casa e sfogarmi con il mio compagno nella “stanza dei giochi” nello stile di “Cinquanta Sfumature di Grigio”. Se avviene in modo consenziente tutto è lecito in amore e nel sesso. E alle persone che mi circondano questo non deve importare. Al lavoro devo essere giudicata per il mio operato non per la mia sfera intima e personale (estranea all’interazione con utenti, colleghi e spazi lavorativi). Stop.

Se poi la mia vita privata viene sbandierata ai quattro venti da un fidanzato imbecille e ignorante allora dovrei essere supportata ed aiutata, non giudicata e addirittura allontanata.

Anche perché le stesse persone che additano sono poi quelle che in privato vanno a cercare il video in rete. Lo sapete che nella settimana in cui è avvenuto il fatto della maestra di Torino, su “PornHub”, famoso sito di materiale pornografico, al primo posto nella casella di “RICERCA” c’era proprio “maestra di torino”? Questo dovrebbe aprire gli occhi puritani di molti.

Insomma la faccenda mi ha coinvolta talmente tanto che non ho saputo resistere. Dovevo fare qualcosa. Ho deciso di scattarmi una foto con un piccolo cartello di protesta e avviare una campagna con lo scopo di far sentire meno sola la ragazza vittima di tutto questo schifo.

“SONO PEDAGOGISTA E FACCIO SESSO #ANCHELEMAESTREFANNOSESSO”

Ho preparato un post per Instagram e Facebook taggando un po’ di giornali e personaggi influenti che so particolarmente attivi su queste tematiche e poi ho pubblicato.

La reazione è stata immediata.

Il post ha raggiunto le 1000 visualizzazioni e con mio enorme stupore sul n° 52 del 10 dicembre 2020 a pagina 85 compare in bella vista la foto del mio post.

Donne che hanno dato la loro solidarietà alla maestra torinese, vittima di Revenge Porn e licenziata per lo scandalo suscitato dalla diffusione delle sue foto nuda nella chat delle mamme della scuola

Questo dimostra quanto potente sia internet e quanto possa fungere da cassa di risonanza per far sentire la propria voce.

Dimostra anche che se le donne si uniscono per una causa possono arrivare lontane.

È un’arma a doppio taglio, certo, e il revenge porn ne è una dimostrazione.

Ma la colpa non è di internet. La colpa è solo di condivide illecitamente il materiale. Teniamolo bene a mente. Denunciamo. Facciamoci sentire!

QUI IL POST INSTAGRAM se te lo sei perso

World AIDS Day… e Linda Laubenstein

Il 1° dicembre il mondo intero celebra la Giornata contro l’AIDS e l’HIV. È in assoluto la prima giornata della salute divenuta una ricorrenza. Questo è positivo perché offre la possibilità di sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo al problema, raccogliere fondi per la ricerca, esprimere solidarietà verso le persone affette da questa sindrome e commemorare quelle che ne sono morte. Dal 1984, anno in cui è stata identificata la malattia, 35 milioni di persone sono morte. È una delle pandemie più distruttive della storia. Nel 2016 ancora 1,6 milioni di persone si sono ammalate di AIDS e questo perché nel mondo c’è ancora tanta, troppa ignoranza sul come fare prevenzione. Una battaglia cominciata nella prima metà degli anni ’80 da una grande donna, un medico: Linda Laubenstein.

Dr. Linda Laubenstein

Linda è nata nel 1947 a Boston, ma prima del suo quinto compleanno viene costretta ad utilizzare una sedia a rotelle a causa di un caso aggressivo di poliomielite. Nonostante ciò, si laurea alla New York University School of Medicine e diventa professore presso il New York University Medical Center nel 1978. Una sfida enorme nel mondo scientifico degli anni ‘70 considerato il suo essere donna e per di più disabile.

La svolta nella carriera di Linda arriva quando nel 1981 nel suo studio arriva un paziente che mostra i sintomi del sarcoma di Kaposi, un raro cancro della pelle che a quanto pare si sta diffondendo a macchia d’olio soprattutto nella comunità gay di New York. L’uomo ha 33 anni e malgrado la terapia farmacologica prescritta, muore in soli diciotto mesi con lesioni cutanee che ricoprivano tutto il corpo. Questa forma di cancro sembra causare il collasso del sistema immunitario, una cosa mai vista fino a quel momento. Assieme al suo collega, il dottor Alvin Friedman-Kien, Linda lavora instancabilmente per trovare il modo di finanziare la ricerca per questa violenta sindrome. Prevede l’enorme portata dell’AIDS e cerca di divulgare quello che ha appreso assistendo più di un quarto dei casi segnalati a livello nazionale. Organizza la prima conferenza medica su vasta scala e non smette mai di prendere a cuore tutti i suoi pazienti: fa loro visita al pronto soccorso in piena notte, utilizza l’autobus per andarli a trovare a casa e, quando muoiono, va ai loro funerali.

Non è tutto. Molti malati di AIDS perdono il lavoro per via dell’aggravarsi delle loro condizioni o per la discriminazione nei loro confronti. Linda allora, convinta che un impiego mantenga il benessere emotivo, apre un’organizzazione senza scopo di lucro con Jeffrey B. Greene chiamata Multitasking Services, dove gli impiegati sono tutti suoi pazienti.

Durante una delle campagne di divulgazione conosce il drammaturgo Larry Kramer. Dopo essersi presa cura del suo partner, Kramer decide di ricordarla affettuosamente basando su di lei il personaggio di Emma Brookner nella sua opera teatrale “The Normal Heart”.

Linda Laubenstein rifiuta di tacere di fronte alla negligenza dimostrata dal governo degli Stati Uniti che accusa di mancanza di azione ignorando la sofferenza della comunità gay. La discriminazione verso i malati affetti da questa sindrome è imbarazzante, molti medici si rifiutano di curarli e alle reazioni decisamente invadenti di Linda loro rispondono chiamandola “Puttana su Ruote”.

Linda non le manda a dire nemmeno alla Chiesa Cattolica: si dimostra infatti critica per il trattamento riservato a gay e lesbiche. Ma tutto questo fervore suscita polemiche anche tra gli attivisti gay. Sì, proprio coloro che lei difende. E questo perché Linda aveva capito che la malattia si trasmette sessualmente, ma ancora non aveva capito il metodo di prevenzione. Così spesso si trovava ad incitare la comunità gay all’astinenza, arrivando addirittura a chiedere la chiusura dei bagni per omosessuali per scoraggiare comportamenti non sicuri. Purtroppo questa richiesta viene vissuta dai diretti interessati come una negazione della loro natura, che pare ricacciarli in quel mondo di sotterfugi e silenzi in cui avevano vissuto fino a poco tempo prima.

Nel 1990 Linda si ammala gravemente, ha una combinazione di asma, insufficienza respiratoria e gastroenterite. Continua a lavorare senza sosta, ma il 15 agosto 1992 muore per un attacco cardiaco a soli 45 anni.

Ancora nel 2020 i numeri dei contagi sono troppo elevati, ma l’accesso alle terapie sta riducendo la trasmissione di circa il 97% soprattutto dalle madri ai bambini. Una crescita così significativa non avrebbe potuto avvenire senza il coraggio e la determinazione delle persone che convivono con l’AIDS e che lottano affinché i diritti delle persone colpite vengano rispettati. Ma soprattutto bisogna ringraziare Linda Laubenstein e con il Premio di Eccellenza Clinica dell’HIV a lei dedicato  si vuole sottolineare l’importanza di avere medici che “si distinguono per i loro modi compassionevoli e il loro coinvolgimento totale nello sforzo di fornire assistenza completa alle persone con HIV / AIDS”.

La giornata mondiale contro l’AIDS rappresenta così un’importante occasione per promuovere prevenzione e assistenza, combattere i pregiudizi e sollecitare i governi e la società civile affinché vengano destinate risorse appropriate per la cura e le campagne di informazione. La giornata è inoltre un’opportunità per raccogliere fondi e rimarcare la necessità di difendere i diritti delle persone che convivono con l’AIDS. 

Il nastro rosso è divenuto il simbolo di solidarietà verso le vittime di questa malattia dal 1991 e lo si indossa (o lo si mostra) anche e soprattutto durante questa giornata.

Film consigliato: “The Normal Heart” del 2014 con Mark Ruffalo, Matt Domer, Jim Parsons e Julia Roberts

Trailer ITALIANO

Artemisia Gentileschi. Una donna, una violenza e una società che non è ancora cambiata!

L’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità. (Roberto Longhi)

Artemisia Gentileschi (QUI il mio episodio PodCast) è stata una delle prime pittrici (o pittora) di cui si è parlato. Un’icona del femminismo, ma soprattutto una donna messa alla prova dalla vita. La brutale esperienza di stupro, le torture fisiche e psicologiche che ha subìto non l’hanno fermata, piegata forse, ma non spezzata. Artemisia è andata avanti e ha trasportato nell’arte il suo dolore, la sua voglia di riscatto e la sua rivoluzionaria rappresentazione della donna, conquistandosi un posto d’onore nella storia come pittrice e come donna.

La vita di Artemisia mi spinge a fare una riflessione perché, se ci soffermiamo a pensare, oltre a lasciarci una meravigliosa eredità artistica, la sua esperienza ci offre l’opportunità di sensibilizzare la società verso le vittime di stupro. Ci troviamo infatti davanti ad uno specchio che mostra quello che ancora oggi le donne devono subire.

Se una donna denuncia una violenza, e dico “se” e non “quando” perché purtroppo si denuncia ancora troppo poco, quello che subisce è una vera e propria gogna psicologica (e mediatica). Viene sommersa da domande irriverenti, fuori luogo, zeppe di preconcetti che sono ancora radicati nel pensiero comune. Come se non fosse già difficile rivivere più e più volte il trauma subìto, devono sentirsi chiedere “Com’eri vestita? Perché eri in quel luogo a quell’ora?” oppure ancora “Cosa hai fatto per istigarlo?”. Le testate giornalistiche poi non sono da meno offrendo una narrazione che spesso (troppo) cerca una giustificazione per il carnefice sottintendendo una qualche colpa della vittima, facendola sentire sporca e quasi obbligata a vergognarsi.

Artemisia è stata letteralmente torturata durante il processo avviato dopo la denuncia di suo padre contro il pittore Agostino Tassi, suo maestro. Viene sottoposta a numerose visite ginecologiche, il suo corpo è esposto alla curiosità morbosa della società costantemente aggiornata da un notaio che prendeva atto di tutta la vicenda. Decretano infine che l’imene della donna è stato lacerato tempo addietro confermando così lo stupro. Ma non contenti, le autorità giudiziarie vogliono un’ulteriore conferma e sottopongono quindi Artemisia ad un interrogatorio con il supplizio della “sibilla”, ovvero legano i pollici con delle cordicelle sottili che con l’ausilio di una specie di manganello vengono girate intorno alle dita stritolando le falangi. Oltre al dolore fisico oggettivo, bisogna pensare quanto questa tortura avrebbe inciso sulla carriera di pittrice della donna. Artemisia non cede, confermando sempre la sua deposizione e nel 1612 le autorità condannano Agostino Tassi che però non pagherà mai del tutto la sua pena grazie al supporto dei suoi potenti committenti. Chi pagherà di più tutta questa faccenda sarà invece Artemisia che vede la sua reputazione minata. “Una puttana bugiarda che va a letto con tutti” ecco ciò che si dice di lei tra le strade di Roma.

Stiamo parlando del XVII secolo. Ma quanto di ciò che ha vissuto Artemisia si allontana da vicende di cui sentiamo parlare ancora nel 2020?

Prendiamo per esempio il caso Genovese. Ciò che si è letto sono state cose come “era un pilastro dell’economia!”, “Un uomo di successo”, “Grande lavoratore!”. Ecco, una premessa narratoria che si focalizza sul “presunto” colpevole (vedremo come andrà il processo) cercando di valorizzare i suoi lati postivi. Le parole verso la vittima invece sono tutt’altro che lusinghiera. Tra tutti gli articoli scritti a riguardo, cito quello di Vittorio Feltri in cui l’illustre giornalista, famoso per essere quello sempre controcorrente, ovviamente non giustifica l’imprenditore, ma cade in una vecchia (antica direi) idea prettamente maschile in cui una donna se viene violentata è perché in un qualche modo se l’è andata a cercare. Feltri scrive sostanzialmente che la ragazza, se ha accettato di andare al festino nella villa dell’imprenditore, e se ha accettato di entrare nella sua camera da letto, doveva sapere che poi si dovevano calare le mutandine.

Ma davvero? E io che pensavo che una ragazza (donna, o chiunque) potesse decidere di fare sesso solo ed esclusivamente quando vuole farlo!!!

Uscire con una persona, magari entrare anche in casa sua, essere vestita in modo provocante, non sono cose che dovrebbero sottintendere “Fai tutto quello che vuoi con me!”; eppure in molti lo credono. Soprattutto la società, ancora troppo legata a preconcetti sessisti, giudica con questi parametri.

Quindi ecco che la ragazza violentata dovrebbe assumersi metà della colpa perché, sintetizzando, la colpa di Genovese è quella di condurre una vita da “depravato”, di essere un drogato e consumatore di cocaina e forse alcolizzato. Ecco che allora si vuole intendere che un soggetto così non poteva fare altro che violentare una ragazza. Quindi la colpa non è dell’uomo, ma del suo tenore di vita! Vedete come si dissocia la colpa dalla persona? Ma non è così e non dev’essere così.

Niente deve giustificare una violenza. L’uso della droga non può in alcun modo essere una giustificazione o un’attenuante. Ma neppure una aggravante. Allontaniamo il moralismo e focalizziamoci sul cambiamento.

Impariamo ad utilizzare una narrazione meno sessista e più inclusiva in cui uomini e donne non subiscano discriminazioni. Dove non esiste genere, ma solo umanità.

Non permettiamo che il XVII secolo di Artemisia e le sue torture continuino a mutilare le donne di oggi… e del futuro.

fRa’

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“Bastava Chiedere!”

Quante volte ce lo siamo sentite dire dal nostro partner? E quanto ci ha fatto innervosire?

Possibile che tutto debba dipendere da noi?

Possibile che perfino durante la chemioterapia io mi trovassi a pensare se a casa fosse tutto a posto? Se mio marito avesse pensato a preparare la merenda a mio figlio? Se si fosse ricordato di far ripassare la poesia a Francesco prima di andare a scuola?

E attenzione, mio marito è un uomo che mi aiuta molto nella gestione della casa e… SBAGLIATO!!!!! Ho appena fatto un errore enorme! Un errore che facciamo in molte!

Rileggete la frase che ho scritto: “mio marito è un uomo che mi aiuta molto […]”

Nooooo! non mi deve AIUTARE, deve CONDIVIDERE la gestione della casa! Una sottile differenza ma che esprime un concetto enorme! La casa è di entrambi, la famiglia è di entrambi, entrambi lavoriamo, quindi… la responsabilità è di entrambi!

Semplice no? La risposta è sì, ma no.

Non mi credete? Allora leggete “Bastava chiedere!” di Emma con introduzione di Michela Murgia e scoprirete quanto sulle donne gravi il concetto di carico mentale, ovvero quel “processo per cui si chiede alle donne di complicarsi la vita per semplificare quella di cui amano”.

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